App “Immuni”: tra il diritto alla salute e la tutela della privacy

In queste settimane è al vaglio del governo l’applicazione “Immuni”, che si prefigge lo scopo di tracciare i movimenti delle persone per isolare i casi positivi da coronavirus con più facilità e per ricostruire gli spostamenti degli stessi, onde risalire con immediatezza alla platea dei possibili contagiati.

Si tratta di un’applicazione che molti paesi hanno già lanciato, tra tutti Stati Uniti, Norvegia, Australia, per citarne alcuni; in Italia non è ancora disponibile, nonostante dovesse essere lanciata entro la fine di maggio, coaudiavando in tal modo le autorità sanitarie e le istituzioni nella cosiddetta “Fase 2”.

Come funziona esattamente questa applicazione? “Immuni” è stata ideata sfruttando la tecnologia bluetooth – e non la geolocalizzazione – per intercettare la vicinanza tra due dispositivi. Nel momento in cui un utente è sottoposto ad un tampone dall’esito positivo, un operatore sanitario (tramite un’apposita e diversa applicazione) gli fornirà un codice per caricare i suoi dati raccolti da “Immuni” su un apposito server. Per ogni identificativo verrà, poi, calcolato il rischio da esposizione al coronavirus. Sono evidenti, pertanto, le ripercussioni in ambito di tutela della privacy.

Nel nostro ordinamento, infatti, stante la maggiore sensibilità dimostrata dagli operatori del diritto sul tema della privacy (tema che ha acquisito sempre più rilevanza anche a livello europeo, ricordiamo la recente emanazione, nel 2016, del Regolamento n. 679 dedicato esclusivamente alla tutela dei dati personali) si è posto il problema di conciliare l’app “Immuni” con la normativa esistente in materia di tutela della privacy.

L’applicazione “Immuni” potrà essere utilizzata da ogni cittadino dotato di smartphone Apple o Android su base volontaria, previo aggiornamento dell’intero sistema operativo.

Per quanto concerne le obiezioni sollevate in ordine ai possibili rischi di violazione della privacy, gli utenti dovranno visionare e sottoscrivere un modulo accurato di informativa e trasparenza, che racchiuderà la finalità sottesa al trattamento dei dati, nonché le modalità concernenti il loro utilizzo.

Ricordiamo, anche, che i dati raccolti resteranno anonimi e verranno conservati per il tempo strettamente necessario alla gestione della pandemia.

L’ingegnoso escamotage dell’utilizzo dell’applicazione esclusivamente su base volontaria sembrerebbe vincente nel conciliare “Immuni” con i diritti fondamentali della persona, nonostante sia evidente che per poter funzionare adeguatamente dovrebbe essere utilizzata dalla totalità dei cittadini.

In ogni caso, “Immuni” ha ottenuto il benestare del Garante della privacy che, con parere del 29 aprile 2020, ne ha sancito la conformità alla normativa europea e alle linee guida predisposte il 21 aprile dal Comitato europeo per la protezione dei dati. A supporto del prezioso placet, il Garante ha evidenziato la temporaneità dell’utilizzo dell’applicazione stessa, limitata per sua intrinseca natura al perdurare dello stato di emergenza in essere, che ricordiamo dovrebbe cessare il 31 luglio 2020. In ogni caso, l’utilizzo dell’applicazione non può estendersi oltre il 31 dicembre 2020.

L’argomento suscita, ancora una volta, la necessità di interrogarsi sull’importanza che sta acquisendo il diritto alla privacy e vorrei lasciarvi uno spunto di riflessione racchiuso da Edward Snowden nel suo libro “Errore di sistema”:

“In ultima analisi affermare che la privacy non ci interessa perché non abbiamo nulla da nascondere è un po’ come affermare che la libertà di parola non ci interessa perché non abbiamo nulla da dire. Che la libertà di stampa non ci interessa perché non ci piace leggere. Che la libertà di professione religiosa non ci interessa perché non crediamo in Dio. O, ancora, che la libertà di riunione non ci interessa perché siamo individui pigri, asociali, agorafobici. Il fatto che oggi non ci importi di questa o di quella libertà non significa che non possa interessarci domani, per noi o per il nostro prossimo, o per la folla di dissidenti che quel giorno seguivo sul mio telefono e che stavano protestando per mezzo pianeta sperando di ottenere anche solo una minima parte di quelle libertà che il mio paese era tanto impegnato a smantellare”.